E SE FOSSE STATO UN TERREMOTO E NON UNA PANDEMIA? - è la lingua che abbiamo sempre troppo lunga -

Scritto dalla Dott.ssa Solidea Bianchini.


Non ho prove o certezze ma ritengo che il Coronavirus non fosse un'influenza stagionale (e Dio lo sa se c'ho sperato...) e non credo che siamo stati vittime di un colpo di stato mondiale o un esperimento di controllo sociale.

So però che questo è stato un CATACLISMA e per esserne certi copio incollo qui di seguito la definizione da dizionario "Grave sventura, evento funesto che colpisce molte persone o un'intera comunità, implicando provvedimenti speciali".

A me sembra che QUASI NESSUNO la veda così.


Se fossimo a tre mesi da un evento cataclismatico come un terremoto non perderemmo tempo a lamentarci come sento fare ad ogni angolo di strada, dai balconi e nei vivavoce delle macchine al semaforo.


Se fossimo i sopravvissuti dopo uno tsunami saremmo probabilmente ancora nelle tende o nelle palestre. Avremmo tutti le maniche tirate su e non staremmo instancabilmente a discutere sul fastidio di passarsi in continuazione l'amuchina sulle mani o quanto e' soffocante e poco trendy la mascherina. Non staremmo a scervellarci sul ritardo nella manutenzione della seconda casa o a contare gli aperitivi mancati.

Avremmo gli stessi pensieri di disperazione sul futuro che abbiamo giustificamente oggi ma avremmo la dignità di non esternarli sboccatamente sui social e al bar aspettando il caffè a portare via.

Saremmo probabilmente più spaventati di ora ma più reattivi. Cercheremmo soluzioni immediate ai nostri bisogni e ci stringeremmo intorno a quel che resta della nostra vita.


Quando una casa ti crolla sulla testa, quando vedi azzerata una comunità, quando cerchi di tirare fuori dalle macerie i tuoi cari e ci ritorni per raccogliere pezzi del tuo passato non hai fretta di tornare alla normalità. Non perché non lo vorresti con tutto te stesso ma perché sai che non è possibile.

Per quanto tutto risulti assurdo ed inaccettabile non credo che i sopravvissuti trascorrano il tempo ascrivere lettere indignate al presidente del Consiglio. E tantomeno avrebbero i mezzi per trascorrere le giornate a fare pizze, dolci, lezioni di yoga e videochiamate.


Il cataclisma del 2020 lascia dietro di sé conseguenze drammatiche in un modo che noi consideriamo, in modo incoerente ed illogico, colpa di "qualcuno" non di un evento terribile ed inatteso.


Ce la prendiamo con chi ci comanda confondendo i piani del ragionamento: cause, effetti e provvedimenti. Sono elementi diversi che non si possono confondere.


Mischiamo tutto in un minestrone nauseabondo in cui tutti ce l'hanno con qualcun altro.

Noi siamo stati investiti da un cataclisma e ci comportiamo come se ci avessero fatto un torto.

Un torto personale, una questione individuale. E tutti a fare esempi su quanti pochi soldi siano arrivati, sugli aiuti insufficienti, sulle categorie dimenticate.


Dopo un cataclisma tutti sono colpiti ma i più deboli lo saranno ancora di più. Chi ha rendite e risparmi sentirà meno il peso della crisi, chi ha un'occupazione in regola avrà più possibilità di tornare a lavorare, chi ha rapporti familiari solidi si sentirà meno solo, chi ha più risorse potrà contare su più vie di uscita.


È il prima che cambia la percezione del dopo, non Conte e Di Maio.

Possiamo solo sperare che non peggiorino la situazione ma, diciamolo, con tutto questo protestare non siamo di grande aiuto.

Il nostro mondo occidentale su cui stanno sputando tutti, imperfetto e condizionato dalla follia del capitalismo spinto, tenta di aiutare anche i deboli e quelli che da soli non si rialzerebbero.

In altri posti del mondo questo non accade. Ci si ammala, si muore e basta. Avanti il prossimo. E in questi luoghi della terra, dove si vive il dramma della fame o della guerra, il Coronavirus spaventa di meno.(Gli stessi Paesi che abbiamo affamato e depredato, nda).

Noi dal caldo della nostra bambagia di pace e benessere da settantacinque anni dimentichiamo SEMPRE e alziamo la voce contro TUTTI e ci sentiamo uniti solo contro i politici.

Per il resto siamo contro i vicini con il giardino o il balcone più grande, i colleghi con il contratto migliore, i runner, gli infermieri ed i medici (ora eroi ma su cui abbiamo detto peste e corna in passato nei pronto soccorso spappolati dai tagli), insegnanti, vigili urbani, etc.


Non credo che il due giugno i fascioleghisti saranno in piazza per chiedere aiuti, riaperture commerciali o deportazione di turisti in Abruzzo, ad Amatrice o ad Arquata. Sono trascorsi 11 anni dal terremoto dell'Aquila e quattro da quello del centro Italia dell'estate del 2016. Ottantamila sfollati e 306 morti il primo, 299 vittime nel secondo.

Abbiamo la memoria corta, il fiato corto, le maniche corte.

È la lingua che abbiamo sempre troppo lunga.






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